Alfredo Vassalluzzo, docente di Italiano e Storia presso l’Istituto Superiore Pertini di Albano Laziale, ha insegnato per due anni in un istituto penitenziario maschile. Da quell’esperienza concreta è nato Gargoyle, romanzo edito da Sensibili alle Foglie che ha acceso i riflettori sul rapporto tra scuola, carcere e identità.
Tra i molteplici temi affrontati in Gargoyle, uno emerge con particolare forza: la scrittura come atto identitario. Non semplicemente cultura, non semplice esercizio didattico, ma strumento attraverso cui l’individuo afferma di esistere.
In un luogo come il carcere, dove tutto tende a ridurre la persona a una colpa, la scrittura diventa una forma di resistenza.
In Gargoyle scrivere significa esistere
Nel carcere raccontato in Gargoyle, l’identità dei detenuti rischia di essere appiattita su un’unica dimensione: il reato commesso. Il numero di matricola sostituisce il nome, la sentenza sostituisce la storia personale.
È in questo contesto che la scrittura assume un valore radicale.
Scrivere significa:
-
riappropriarsi della propria voce
-
costruire un racconto alternativo
-
affermare un “io” che non coincide solo con la colpa
-
creare uno spazio interiore non controllabile
Alfredo Vassalluzzo, attraverso Gargoyle, mostra come la parola scritta permetta di ricostruire un’identità frammentata.

Damir e il manoscritto fragile
Uno dei momenti più significativi di Gargoyle riguarda Damir e il suo manoscritto. Il testo che produce non è ordinato, non è perfetto, non è stilisticamente impeccabile.
Ma è autentico.
Il manoscritto di Damir non rappresenta un progetto di carriera letteraria. Non è una promessa di riscatto sociale. È un tentativo di dire “io sono ancora qui”.
In Gargoyle di Alfredo Vassalluzzo, la scrittura non è estetica fine a se stessa. È un atto identitario. È il modo in cui il detenuto:
-
rielabora il passato
-
riorganizza il caos interiore
-
tenta di dare forma alla propria esperienza
-
si sottrae all’annullamento
Scrivere, in questo senso, significa opporsi alla dissoluzione dell’identità.
Le lettere d’amore: quando la scrittura costruisce legami
Un altro episodio emblematico di Gargoyle è quello delle lettere d’amore scritte dall’insegnante per conto dei detenuti. Molti di loro non riescono a esprimere a parole ciò che sentono.
Qui la scrittura diventa mediazione identitaria.
Attraverso la parola scritta, il detenuto può:
-
raccontare la propria fragilità
-
dichiarare affetto
-
costruire un ponte con l’esterno
-
riaffermare la propria dimensione emotiva
La scrittura non è solo introspezione, ma relazione.
Gargoyle mostra come l’identità non sia un fatto isolato, ma qualcosa che si costruisce nel dialogo con l’altro. Scrivere una lettera significa dichiarare la propria esistenza nel mondo.
Linguaggio e identità in Gargoyle
In un luogo in cui tutto è regolato e sorvegliato, il linguaggio diventa uno degli ultimi spazi di libertà.
In Gargoyle, il detenuto che scrive non sta solo producendo parole. Sta riorganizzando la propria identità.
Il linguaggio permette di:
-
trasformare il vissuto in racconto
-
prendere distanza dal dolore
-
ridefinire la propria immagine
-
attribuire senso agli eventi
Senza linguaggio, l’esperienza resta muta e confusa. Con la scrittura, invece, prende forma. Alfredo Vassalluzzo, attraverso la narrazione di Gargoyle, suggerisce che l’identità non è un dato immobile, ma un processo continuo di interpretazione di sé.
Scrittura e responsabilità
Un aspetto centrale di Gargoyle è che la scrittura non cancella la responsabilità. Non giustifica. Non assolve. Ma permette di comprendere. Scrivere non significa negare l’errore, ma inserirlo in una storia più ampia. Significa riconoscere la propria complessità senza ridursi a un unico gesto. In questo senso, la scrittura diventa uno strumento di maturità. Non elimina la colpa, ma la colloca in un percorso di consapevolezza.
Gargoyle di Alfredo Vassalluzzo propone una visione in cui la parola non è fuga dalla realtà, ma confronto con essa.
L’insegnante come facilitatore di identità
Nel romanzo, l’insegnante non scrive al posto dei detenuti per sostituirsi a loro. Offre strumenti. Offre ascolto. Offre parole. Il suo ruolo è quello di facilitare un processo identitario. In Gargoyle, insegnare significa anche questo:
-
aiutare a trovare le parole giuste
-
stimolare l’espressione personale
-
valorizzare il racconto individuale
-
riconoscere dignità alla voce dell’altro
La scrittura diventa così un terreno comune su cui insegnante e detenuto si incontrano.
La scrittura come atto di resistenza
Alla fine, in Gargoyle, la scrittura assume una dimensione simbolica potente. In un sistema che tende a ridurre l’individuo a funzione e colpa, scrivere significa resistere.
Resistere alla semplificazione.
Resistere all’annullamento.
Resistere al silenzio imposto.
Alfredo Vassalluzzo costruisce in Gargoyle un romanzo in cui la parola non è decorazione, ma struttura portante dell’identità.
Perché la scrittura in Gargoyle parla anche a noi
La forza di Gargoyle non riguarda solo il carcere. Riguarda tutti. Anche fuori dal carcere, l’identità è fragile. Anche fuori, spesso, si rischia di essere ridotti a un errore, a un fallimento, a un’etichetta. La scrittura, come mostra Gargoyle di Alfredo Vassalluzzo, è uno strumento attraverso cui ogni individuo può:
-
riorganizzare la propria storia
-
comprendere le proprie scelte
-
attribuire senso alla propria esperienza
-
riconoscersi come soggetto e non solo come oggetto di giudizio
Per questo il romanzo non è solo una narrazione sul carcere, ma una riflessione universale sull’identità.
Leggere Gargoyle significa comprendere che la parola scritta non è un lusso intellettuale. È un atto di esistenza. È il modo in cui una persona dice al mondo e a se stessa: io non sono solo ciò che ho fatto, sono anche ciò che riesco a raccontare di me.
